Capelli grigi lasciati grigi, texture naturali, età diverse, ciglia grafiche, bob e dettagli volutamente imperfetti. Da Parigi arriva un messaggio piuttosto liberatorio: essere impeccabili potrebbe non essere più così interessante
Per anni abbiamo cercato di cancellare tutto.
Il crespo, i capelli bianchi, le texture irregolari, le occhiaie, i segni del tempo. Prima attraverso il beauty, poi attraverso i filtri e infine attraverso una quantità pressoché infinita di strumenti capaci di trasformare un volto in una sua versione apparentemente migliore.
A Parigi, invece, qualcosa sembra andare nella direzione opposta.
Uno dei volti più interessanti degli ultimi giorni è quello di Olivia Colman, che a 52 anni ha debuttato sulla passerella di Miu Miu con i suoi capelli naturalmente grigi raccolti in una coda bassa.
Nessuna trasformazione necessaria.
Anzi, proprio ciò che per generazioni l’industria beauty ci ha insegnato a coprire diventa parte del look.

E Colman non è un caso completamente isolato. Sempre più donne stanno trasformando il grigio in una firma estetica, mentre casting e front row continuano ad allontanarsi dall’idea che esista una sola età o una sola tipologia di volto capace di raccontare moda e bellezza.
Contemporaneamente, il makeup ricomincia a divertirsi.
Ciglia grafiche che ricordano Twiggy, eyeliner colorati portati sotto l’occhio, smoky intensi, bocche scure. Il trucco non viene utilizzato necessariamente per correggere o rendere più armonico il volto: può interromperlo, sporcarlo, renderlo più interessante.
Lo stesso succede ai capelli.
Bob cortissimi, onde lasciate più naturali, frange meno disciplinate, accessori recuperati dagli anni Duemila. Persino il cerchietto zig-zag, uno di quegli oggetti che sembravano destinati a rimanere definitivamente chiusi nel cassetto dell’adolescenza, è tornato nei look visti intorno a Miu Miu.
E poi c’è Gucci. Lo smoky eye firmato da Sam Visser sembra quasi la perfetta antitesi di tutto quello che abbiamo imparato negli ultimi anni: nerissimo, enorme, sfumato fino all’osso zigomatico e allungato verso le tempie, volutamente eccessivo. Non serve ad aprire lo sguardo, correggere la forma dell’occhio o renderlo più armonico. Occupa semplicemente il volto. E quando il nero non basta più, diventa fucsia, verde, blu, giallo neon. Il makeup torna così a essere gesto, espressione, quasi disturbo visivo: meno interessato a rendere un viso perfetto e molto più interessato a renderlo impossibile da dimenticare.

Non significa che la perfezione sia scomparsa.
Significa forse che abbiamo iniziato ad annoiarci.
Perché dopo anni di clean girl, capelli lucidissimi, skin tint, sopracciglia perfettamente spettinate e imperfezioni accuratamente corrette per sembrare non corrette, l’idea di vedere qualcosa di leggermente fuori posto ricomincia ad avere fascino.
Un capello bianco può rimanere bianco.
Una ruga può continuare a essere una ruga.
Una ciglia può diventare enorme, un eyeliner può essere blu, una frangia può non cadere esattamente dove dovrebbe.
La bellezza non scompare.
Semplicemente, smette per un momento di chiedere il permesso alla perfezione.


